cenni storici sull'educazione dei sordi in Italia: dall'antichità al Congresso di Milano del 1880
Come
nota introduttiva al contributo, qui di seguito esposto, voglio metter in
risalto una lettura che a mio avviso centra l'argomento.
E' il libro
"Integrazione degli handicappati attraverso la scuola di base" a cura di A.
Canevaro (1980), da cui prendo in prestito la precisazione proposta dal
sociologo francese B. Mottez (1975-76) di "storia" di un handicap: Per "storia
si possono intendere molte cose. Certe categorie di handicappati hanno una
storia, nel senso che, in parte, sono stati essi stessi a farla.
Non esiste
alcun imperativo di ordine etico, metafisico o di altra natura, che indichi la
necessità che ad ogni deficit corrisponda un giorno la "sua" storia, ciò dipende
da molte specifiche condizioni che oggi non riusciamo ad analizzare... Nei
momenti di rilevanti cambiamenti politico-istituzionali, si può correre il
rischio di sottovalutare l'analisi specifica del bisogno e le "peculiari storie"
degli handicappati.
Dal libro "Passato e Presente" (uno sguardo
sull'educazione dei sordi in Italia) a cura di Giulia Porcari Li Destri e
Virginia Volterra, ho tratto invece le informazioni che
seguono.
Nell'antichità i sordi erano considerati alla pari dei minorenni e
dei ritardati, cioè individui che non possedevano un completo sviluppo cognitivo
e di conseguenza, incapaci di assumersi le responsabilità di persone adulte.
L'evoluzione in direzione di una organizzazione sociale sempre più
complessa, ha determinato la necessità di esprimere in forma di leggi scritte
concetti quali quello di giustizia.
E' nelle antiche leggi ebraiche che
troviamo il primo provvedimento scritto per la tutela dei sordi, l'antico Talmud
degli ebrei sembra essere il primo testo ad affermare che i sordi possiedono
dell'intelligenza e che sono capaci di istruzione:
"Non vogliate
annoverare il sordo e il muto nella categoria degli idioti e dei fanciulli come
individui privi di responsabilità morali, poiché essi possono essere istruiti e
fatti intelligenti" (Grimaldi, 1960, p.14).
Non si trova però traccia né
di metodi né di programmi per l'educazione dei sordi. E interessante comunque
notare che all'epoca venivano sanciti i matrimoni anche tra sordi che, pur non
parlando, si esprimevano in segni (Grimaldi, 1960).
Questo fa intuire come
il linguaggio dei segni dovesse essersi prodotto negli incontri fra persone
sorde già nei tempi antichi.
Per quanto la comunicazione visivo-gestuale sia
stata sempre generalmente osteggiata, è curioso notare che nell'antichità sia i
greci che i latini usavano un "alfabeto digitale". Platone aveva compiuto
osservazioni sul linguaggio dei segni dei sordi, che riteneva adatto ad
esprimere sia pensieri che sentimenti (Grimaldi, 1960, vedi Talmud Babilonese
112 B). Il fatto che queste osservazioni non siano state prese in considerazione
ha comportato grandi ritardi nel comprendere che fosse possibile educare i
sordi.
A Sparta i neonati con imperfezioni fisiche, considerati inutili alla
patria, venivano portati sul monte Inedia e lì abbandonati e lasciati morire. Ai
bambini sordi è probabile che fosse risparmiato questo trattamento, in quanto il
loro handicap non risultava evidente in età precoce.
Il diritto romano
classificava i sordi insieme ai "mentecatti", coniugando in questo modo un
pregiudizio fisiologico e psicologico all'impossibilità di fornire un'educazione
(Grimaldi, 1960); inoltre i sordomuti erano considerati "incapaci: non potevano
stipulare, né essere tutori; non potevano fare da testimoni nei testamenti, né
fare essi stessi testamento" (Enciclopedia Treccani, alla voce
"sordomutismo").
Alcuni passi di Sant'Agostino evidenziano il fatto che,
come la cultura ebraica antica, anche quella cristiana considerava la sordità, o
qualsiasi altra menomazione, come un'eredità di peccati commessi o dai sordi
stessi o dai loro avi.
Nel corpo legislativo che risale all'impero di
Giustiniano (527-565 d.C.) troviamo l'istituzione di restrizioni legali per i
sordi, tuttavia nel tentativo di operare distinzioni legali, è la prima volta
che vengono riconosciuti diversi tipi di sordità, e fatta anche una distinzione
tra sordità e mutismo (Bender, 1960). Le persone sorde che fossero almeno in
grado di scrivere in modo sufficiente a condurre la propria vita quotidiana,
potevano ottenere pieni diritti dal punto di vista legale. Si può ben immaginare
come, non ricevendo i sordi alcuna istruzione, gli unici in gradi di scrivere
fossero i sordi post-linguistici (coloro che erano diventati sordi dopo
l'acquisizione del linguaggio), mentre tutti i sordi pre- linguistici venivano
privati di diritti e doveri dal punto di vista legale e assegnati a tutori che
avevano un totale controllo sulla loro vita.
Nel Medioevo per i sordi furono
soppressi del tutto quei diritti che erano stati già compromessi al tempo
dell'imperatore Giustiniano.
Durante il feudalesimo essi vennero
completamente emarginati, in quanto la sordità non permetteva loro di combattere
in guerra e non potevano ereditare, né celebrare la messa, né contrarre
matrimonio, a meno di una dispensa papale.
In campo medico lo stato delle
conoscenze non era ancora in grado di fornire una valida interpretazione di cosa
fossero la sordità e il mutismo.
L'inizio della storia dell'educazione dei
sordi quasi sempre si fa coincidere con Rodolfo Agricola, che afferma nel suo
libro "De invenzione dialectica", di aver visto una persona sorda dalla nascita,
e di conseguenza anche muta, che aveva imparato a comprendere tutto ciò che
veniva scritto da altri e che esprimeva tutto ciò che pensava per iscritto, come
se avesse l'uso della parola.
L'invenzione di Gutenberg della stampa
tipografica consentì poi una rapida diffusione di copie degli originali degli
antichi testi e degli studi e delle ricerche su di essi compiuti, allargando la
base di un sapere fino allora depositato nelle mani di pochi privilegiati,
sortendo con effetti positivi anche per l'educazione dei bambini
sordi.
Cardano, che si era dedicato in modo particolare allo studio della
fisiologia dell'orecchio, della bocca e del cervello, fu il primo ad affermare
esplicitamente che i sordi potessero e dovessero ricevere un'istruzione,
sostenendo che il senso dell'udito e delle vocalizzazioni della parola non erano
indispensabili per la comprensione delle idee (Radutzky, 1987).
Nel 1670 il
gesuita italiano Lana Terzi, filosofo e matematico, scrisse quello che forse è
il primo libro in Italia specifico sull'istruzione dei sordi, il "Prodromo
all'arte maestra" in cui viene messa in evidenza soprattutto la lettura
labiale.
Il primo individuo sordo italiano che risulti aver ricevuto una vera
istruzione è stato Emanuele Filiberto, Principe di Carignano, sordo dalla
nascita, figlio del Principe Tommaso di Savoia; suo tutore privato fu lo
spagnolo Ramirez de Carriòn.
Non è da sorprendersi che proprio un monaco
benedettino sia stato il primo ad elaborare un metodo di insegnamento per i
sordi che prevedesse l'uso della lingua dei segni. Nell'anno 529 San Benedetto,
in un convento presso Napoli, impose il voto del silenzio che, secondo lui, era
un elemento essenziale del pensiero religioso.
Tuttavia, per poter aggirare
questa rigida regola, ai monaci era permesso di comunicare attraverso i segni.
I segni benedettini probabilmente ebbero origine nell'area del Mediterraneo,
derivati da modi e dalle usanze delle persone udenti.
Mentre nel Settecento
in Italia non si verificano rilevanti cambiamenti nel campo dell'educazione dei
sordi, in Francia, nello stesso periodo, si registrano notevoli progressi:
l'abate Charles de l'Epée fu il primo al mondo ad aprire una organizzata e
strutturata scuola pubblica per sordi, la cui metodologia didattica faceva ampio
uso della lingua dei segni.
In Germania Samuel Heinicke, basandosi sul
trattato "Surdus loquens di Amman" (1692), il quale poneva come obbiettivo
fondamentale nell'educazione dei sordi l'insegnamento della parola, fondò una
scuola per sordi in cui venne a poco a poco eliminato l'uso dei segni, dando
origine alla tradizione oralista.
La scuola francese avrà un'influenza in
Italia per i primi 70 anni dell'Ottocento, influenza che verrà sostituita nei
restanti trent'anni del secolo da quella tedesca.
La carta d'Europa del 1870
circa, mette in evidenza il prevalere del metodo "gestuale" (o francese) in
alcuni gruppi di nazioni e di quello "orale" (o tedesco) in altri.
Il periodo
cruciale per la scelta dei "metodi", che va dalla fine degli anni 60 al
congresso di Milano del 1880, porta gli istituti italiani per sordomuti alla
scelta del "metodo orale".
Nella situazione italiana dopo l'Unità, cioè dopo
il 1870, gli istituti per sordi applicano il metodo articolatorio e di lettura
sulle labbra ad un modesto o rilevante numero di allievi, a seconda delle
conoscenze e degli indirizzi dei Direttori.
Pur rimanendo complessivamente
l'Italia nell'ambito "gestualista", le esperienze di questo genere presentate in
diversi Saggi venivano fortemente criticate.
Il "sordo parlante" era divenuto
così simbolo di progresso e di applicazione scientifica delle più moderne
conoscenze per un alto fine umanitario: il recupero "completo" del sordo alla
società, attraverso la "parola parlata".
Ciò coincideva perfettamente con la
prima grande diffusione delle notizie degli studi di linguistica comparata, di
fonetica e del nascere della foniatria.
Alcuni dei più colti ed avveduti
direttori di Istituti erano a conoscenza di questi studi e non ignoravano la
decisiva importanza che avrebbero avuto sulla scelta dei "metodi".
Il gruppo
"moralista" francese stava per prendere il sopravvento sui "gestualisti"; il
ricambio generazionale dei maestri per sordi guardava con simpatia al nuovo
"metodo"; le associazioni per sordi sia in Italia che in Francia contavano poco;
la nuova situazione politica italiana voleva rafforzare la credibilità e il
potere degli istituti per sordomuti, attraverso un cambiamento-rinnovamento più
moderno e scientifico; emerse l'esigenza di metter in piedi un'operazione
convincente e credibile che portasse sul piano nazionale.
I Direttori e i
maestri degli istituti per sordomuti a cambiare le loro linee pedagogiche e
metodologiche.
Il ventaglio delle argomentazioni fu vasto, in evidenza ci
furono le ragioni teologiche e filosofiche sulla superiorità della parola. La
parola umana era considerata l'espressione o simbolo dell'uomo; essa aveva in sé
le due nature, la fisica nelle forme, la psichica nella sostanza.
La
necessità della parola nacque perciò appunto dalla costituzione dell'uomo.
Il
Ministero della Pubblica Istruzione approvò una commissione per la
riorganizzazione delle scuole per Sordomuti.
Il gruppo oralista italiano, in
questa occasione dovette dimostrare quali sono le strategie al Ministro
Correnti, già favorevole al metodo orale. La prima occasione fu il VII Congresso
della Società pedagogica italiana, tenuto a Venezia dal 14 al 16 Settembre 1872.
Si stabilì quindi di tenere il primo congresso degli Insegnati italiani dei
sordomuti a Siena il 15 Settembre 1873. Il Congresso si radunò, si approvò
anzitutto che: "il gesto naturale si riteneva necessario solo nelle prime
comunicazioni fra allievo e maestro, ma appena l'uso della parola lo permettesse
doveva sparire dalla scuola, né mai più essere adoperato come mezzo
d'insegnamento".
Si trattò, poi, dell'età di ammissione dei sordomuti agli
Istituti, stabilita fra gli 8 e i 12 anni, e della necessaria preparazione in
famiglia del piccolo sordo, prima dell'ammissione all'Istituto, col concorso dei
genitori e di un tecnico specializzato.
Negli anni successivi la corrente
moralistica italiana e francese si rafforzò e si arrivò così al congresso
Internazionale di Parigi del 1878, con verdetto finale moralistico.
In
Francia i maestri per sordi, fortemente legati alla lingua dei gesti, specie
negli istituti di Provincia, si fecero sentire; in Italia vi furono
ripercussioni e malumori.
Il Congresso Internazionale di Milano si aprì il 6
Settembre, il primo articolo diceva: "indicare i vantaggi del metodo di
articolazione sull'altro dei gesti, e viceversa, rispetto specialmente
all'insegnamento, senza trascurare le relazioni con la vita sociale…" (Atti del
Congresso, 1881, p. 55). Vani furono i tentativi in difesa del metodo misto,
cioè quello che si serve dei gesti naturali in certi limiti e nello stesso tempo
dell'articolazione.
Molti francesi, prima favorevoli alla lingua dei gesti,
ora si dichiararono per il metodo orale.
Il Congresso si chiuse dando
preferenza al metodo orale, considerando i suoi maggiori vantaggi rispetto
all'altro. L'epoca della "grande controversia dei gesti" finì, ma il verdetto di
Milano non impedì un periodo di polemiche che durò un secolo e che dura ancora
oggi.
Venne a crearsi una grande "frattura ideale" fra il mondo dei sordi e
degli udenti; i primi accusavano i secondi di avere scelto per loro una lingua e
un'educazione che non condividevano, senza averli mai consultati.
Ritorno
ora al testo sopra citato a cura di A. Canevaro come spunto per commentare in
modo riflessivo e critico quanto scritto prima.
Il Congresso di Milano del
1980, ha come sfondo teorico-politico, un sostanziale accordo tra gli stati
Italiano e Francese, che si basa sull'obbiettivo comune dell'unità politica
"anche" attraverso la lingua. La tesi generale, che vede il "metodo orale"
prevalere per l'insegnamento dei sordi, non ha radici strettamente tecniche, ma
anche storico- politiche.
E' abbastanza evidente che in quell'epoca (1880)
potere politico, potere scientifico e potere religioso trovarono una vasta
convergenza per stabilire che la "lingua degli udenti" doveva essere quella dei
sordi.
Ciò che non si trova è il parere della minoranza, cioè dei sordi
stessi.
Rifermenti
bibliografici
G. Porcari Li Destri, V. Volterra, Passato Presente, Gnocchi, Napoli, 1995.