Terapia logopedica del bambino sordo

Secondo alcuni orientamenti, nelle sordità gravi e medie, il modello d'intervento deve essere molto intenso e costante, con un buon numero di sedute settimanali. Nei primi anni di vita del bambino sordo, durante le sedute iniziali di terapia, è bene che i genitori siano presenti, così non solo da favorire la comunicazione bambino-genitore, ma anche per dare loro l'opportunità di vedere, imparare e riportare nelle situazioni di vita quotidiana le modalità comunicative e linguistiche usate dal logopedista.

Il primo incontro è particolarmente delicato, in questa fase i genitori sono comprensibilmente angosciati dalla scoperta della sordità del loro figlio, vogliono essere rassicurati. Il logopedista ha il compito di instaurare un buon rapporto con i genitori, cercare di comprendere la causa delle loro reazioni, di appoggiarli, sostenerli e incoraggiarli. E' indispensabile che in questa opera di sostegno si focalizzino determinati aspetti: far accettare nel miglior modo possibile il bambino e la sua sordità; far comprendere che il bambino sordo è un bambino normale, intelligente, che può essere recuperato totalmente o quasi e che il compito dei genitori è quello di collaborare costantemente a detto recupero. Questo è anche  il momento in cui si conosce il bambino, si comincia la terapia e si imposta il lavoro da fare. (A. De Filippis, 1998).

 E' difficile strutturare prove per indagare le capacità linguistiche e comunicatine in bambini nei primi anni di vita; proprio per questo si intervistano i genitori, chiedendo loro, ad esempio, se il bambino in situazioni quotidiane e familiari comprende frasi semplici, se produce azioni o gesti, se dice le prime parole. Durante il primo incontro mentre il logopedista parla con i genitori, il bambino può essere sistemato su un tappeto per terra con vari giochi o restare vicino alla mamma. In questo modo il logopedista nel fare le domane, osserva come gioca e come si muove il bambino, con la possibilità di interagire. (P.Massoni, S.Maragna, 1997).

E' importante capire a quale stadio dello sviluppo senso-motorio è giunto il bambino, in particolare i primi comportamenti comunicativi, sia vocali che gestuali, appaiono nei primi anni di vita altamente correlati con alcune capacità cognitive. Pertanto prima di iniziare l'intervento logopedico è bene verificare se il bambino è pronto per comunicare e per parlare intenzionalmente. Un aspetto che merita particolare attenzione è  l'uso dello sguardo e dell' indicazione  nella comunicazione preverbale, che raggiunge il suo apice nell'uso della triangolazione, quando cioè il bambino indicando l'oggetto che desidera emette vocalizzi, alternando lo sguardo dall'oggetto all'adulto a cui lo sta richiedendo, formando così un triangolo tra sè, l'oggetto e l'adulto. (P.Massoni, S.Maragna, 1997).

Per indagare sulla funzione uditiva si possono fare domande  ai genitori del tipo: mentre il vostro bambino dorme in una stanza silenziosa, all'insorgere di un suono profondo si muove o comincia a svegliarsi? se piange perchè desidera la vostra presenza, si acquieta al suono della vostra voce, emessa fuori dal suo campo visivo?. A volte questo tipo di questionario, che scava sulla funzione uditiva, risulta ansiogeno per i genitori, in quanto si trovano a dover metter in rilievo il deficit sensoriale del proprio bambino. E' preferibile quindi osservare le risposte del bambino a stimoli sonori, come il tamburo, campanelli e voce durante il gioco. (P.Massoni, S.Maragna, 1997).

A questo punto si procede alla protesizzazione. Sia il bambino che i genitori non hanno familiarità con questo strano oggetto nell'orecchio.  Per il bambino è importante che l'applicazione sia delicata e che l'adattamento sia graduale; inizialmente la protesi va portata alcune ore della giornata, in seguito continuamente. Per i genitori l'apparecchio protesico è anche segno tangibile e visibile della sordità del figlio, pertanto a volte può verificarsi un rifiuto inconsapevole. Con delicatezza e comprensione bisogna spiegare e dimostrare tramite le risposte del bambino che  la protesi è indispensabile per recuperare il residuo uditivo; a tale scopo possono essere utili anche alcuni colloqui con uno psicologo. Ai genitori si danno una serie di indicazioni sul corretto uso dell'apparecchio, sulla manipolazione della protesi e su come sensibilizzare il bambino all'uso. Alla mamma e al papà si fa vedere, come inserire senza provocare attrito , la chiocciola nell'orecchio grazie a un pò di saliva e ad un movimento di rotazione che garantiranno la messa in loco senza dolore e fastidio. Si consiglia l'uso di uno scotch di carta (in vendita in farmacia), che non fa male quando si stacca, per bloccare il potenziometro che regola il volume, e fissare l'apparecchio all'orecchio del bambino. Proprio lui tenderà a muoversi e a toccarsi molto l'orecchio, avvertendo un corpo estraneo, con il rischio di provocare un'alterazione del volume o addirittura la caduta della protesi. Le chiocciole devono essere rifatte rispettando la crescita del bambino, in modo che aderiscano perfettamente; nel caso in cui sorgano dei dubbi sulla funzionalità, la protesi va controllata. E' anche importante cambiare le pile frequentemente per assicurare il massimo rendimento della protesi ed averne sempre qualcuna di riserva, per poterle sostituire in caso ci si trovasse fuori da casa. L'educazione dei genitori del bambino o di chiunque sia a contatto  e comunichi  regolarmente con lui ad un uso corretto della protesi acustica è parte integrante della logopedia. (P.Massoni, S.Maragna, 1997).

 Ancora più importanti sono i suggerimenti per lo sfruttamento della protesi acustica. I genitori a volte si convincono che, appena messo l'apparecchio, il loro bambino sentirà; è bene spiegare loro, che non è proprio così, anzi le sensazioni che arrivano al piccolo, possono risultare spiacevoli ed essere causa inizialmente di un rifiuto. Nel caso in cui il bambino continui a rifiutare l'apparecchio, anche dopo il periodo di adattamento, sarà utile andare dal medico audiologo insieme ai genitori per discutere il problema, in quanto la protesi potrebbe essere non adatta. Spetta alla famiglia far conoscere al bambino il mondo dei suoni ed è essenziale che questo processo avvenga con gradualità e sensibilità. I genitori dovranno parlare con voce normale, avendo cura di tenere il bambino sempre di fronte, in maniera che possa vedere il movimento della labbra, ma sopratutto la loro espressione facciale, per mantenere vivo il suo interesse e fargli scoprire l'aspetto vocale della comunicazione. Ogni gioco con la voce sarà utile: le filastrocche che si recitano tenendo il bambino sulle ginocchia (ad es.Batti, batti mani...), il Girotondo, il Cucù settete. Le attività di gioco con il bambino non sono solo uno scambio affettivo emotivo, ma il rivolgersi verso di lui vezzeggiando, con toni interrogativi o esclamativi, fa sì che il piccolo impari a distinguere le varie inflessioni e sfumature della voce. E' anche essenziale richiamare il bambino ai rumori dell'ambiente, come l'acqua che scroscia, il campanello che suona, lo squillo del telefono, la radio, la televisione. Probabilmente il bambino non sentirà tutti i suoni che lo circondano, ma all'inizio il compito della famiglia è proprio quello di portare alla consapevolezza che intorno a lui c'è un mondo di suoni e rumori. (P.Massoni, S.Maragna, 1997).

Importanti sono le regole della comunicazione visiva che riguardano: l'uso dello sguardo, l'uso dell'indicazione, l'uso dell'espressione facciale, l'uso dei turni di comunicazione interattiva da utilizzare nel campo visivo condiviso tra due parlanti. Queste regole per gli udenti sono difficili da rispettare, perchè la comunicazione vocale consente di guardare o indicare qualcosa fuori dal campo visivo e contemporaneamente parlare, senza per questo confondere il messaggio o interrompere la comunicazione. Per una persona sorda, ciò non è possibile in quanto nel momento in cui è impiegata a guardare qualcosa, non vede chi parla e l'ascolto deficitario la porta a non comprendere o a interrompere la comunicazione. I genitori devono essere consapevoli che quando indicano qualcosa fuori dal campo visivo del loro bambino, egli sposterà lo sguardo interrompendo la conversazione; per questo devono aspettare che lo sguardo del bambino torni su di loro prima di continuare a parlare. (P.Massoni, S.Maragna, 1997).

E' bene parlare con voce normale e ricca di intonazione, non è utile alzare la voce, perchè non solo aumenta l'intensità, ma quasi sempre anche la frequenza, cioè la voce diventa acuta. E' risaputo che nelle sordità profonde la perdita maggiore è proprio nelle frequenze acute, quindi gridare diventa controproducente. Un vocabolo pronunciato una sola volta o una sola spiegazione data non s'imprimono nella memoria del sordo; è importante ripetere più volte lo stesso messaggio e farlo esporre anche dal bambino. (P.Massoni, S.Maragna, 1997).

Finché il bambino è piccolo il logopedista, insieme alla famiglia, può strutturare il lavoro nei tempi e nei modi  ritenuti i più opportuni da entrambe le parti. Quando il bambino arriva all'età scolare, il terapista deve anche tener conto delle richieste che vengono fatte dalla scuola, è indispensabile creare un rapporto di collaborazione con gli insegnanti. La terapia logopedica della sordità profonda può durare anche 10-12 anni, la funzione del logopedista è proprio quella di guidare il bambino nell'apprendimento della lingua orale e scritta; inevitabilmente durante gli anni della terapia egli diventa anche un punto di riferimento per lui e per la famiglia. L'educazione al linguaggio è dunque un percorso molto complesso con implicazioni logopediche, ma anche affettive, psicologiche ed educative. Proprio per questo tra il logopedista e la famiglia è bene si instauri un rapporto di fiducia, capace di diventare luogo di mediazione. (A. De Filippis, 1998).

 

Riferimenti bibliografici

A. De Filippis, Nuovo manuale di logopedia, Edizioni Erickson, Trento, 1998.

P.Massoni, S.Maragna, Manuale di logopedia per bambino sordi, Franco Angeli, Milano, 1997.

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